A partire dal 2007 l’ENPALS, con l’emanazione di una sua circolare (n.13 del 7 agosto 2006), ha iniziato una decisa azione a vasto raggio nell’area delle AS/SSD volta a raccogliere contributi da Lavoro al di fuori del quadro normativo di riferimento del settore incentrato nella Legge n.342/2000 art.37.

In particolare tale dispositivo ha introdotto un regime agevolato stabilendo che  anche i “compensi sportivi” rientrano tra i “redditi diversi” di cui all’art.67 del TUIR.
Secondo il successivo art.69, comma 2, tali compensi non concorrono a formare reddito per un’imposta non superiore complessivamente, nel periodo d’imposta, a 7.500,00 euro anno; tra 7.500 e 28.158,28 euro sono soggetti a ritenuta a titolo d’imposta con aliquota del 23% maggiorata  dell’addizionale IRPEF regionale; oltre i 28.158,28 euro sono soggetti a ritenuta d’acconto del 23%  maggiorata dall’addizionale IRPEF regionale.
Si precisa inoltre che per i redditi diversi (art.67, comma 1, lett. m) non si configura l’assoggettamento a contribuzione previdenziale.

Il Legislatore nel dar vita al complesso quadro normativo cui fa riferimento il mondo dello sport dilettantistico, incentrato nella L.342/2000 (“compensi sportivi”) e nella L.289/2002 (“Legge Pescante”), ha inteso cioè riconoscere, attraverso alcune agevolazioni fiscali e tributarie, l’importante azione intrapresa dagli operatori sportivi sul piano della formazione fisica di base, della formazione  pre-agonistica e agonistica e su quello della formazione degli atleti di vertice, ma anche e soprattutto il loro impegno su quello sociale e salutistico a favore dei cittadini a costi oggettivamente contenuti. Con l’introduzione delle succitate agevolazioni il Legislatore ha voluto però anche agevolare l’ingresso nel mondo del lavoro di molti giovani che altrimenti avrebbero finito per incrementare i già fin troppo allarmanti livelli della disoccupazione.

Si rammenta a tal proposito che, secondo i recenti dati diffusi dall’ISTAT, a novembre il tasso della disoccupazione è volato al 12,7%, largamente  superiore alla media dell’ EUROZONA del mese (12,1%). Sul fronte della disoccupazione giovanile (UNDER 25), che ha raggiunto i massimi livelli dal 1977 ad oggi, a novembre è arrivata al 41,6% con un aumento di quattro punti rispetto al 2012.
Le persone senza lavoro sono, quindi, in tutto oggi 3 milioni e 254mila cioè 57mila in più rispetto a ottobre (+ 1’8% ).

Va da sé che questi dati drammatici non dovrebbero indurre le Istituzioni a muoversi in direzioni che, con l’intento di perseguire l’illecito, finiscono invece per demolire un intero settore di attività. Un settore che proprio grazie a questo insieme di leggi speciali riesce a sopravvivere in un momento così difficile per l’economia italiana e ad assicurare nella sua “ atipicità” lavoro “buono” (e non già “precario“). E’ anche bene rammentare che le agevolazioni di cui gode il settore sport non sono piovute dal cielo ma sono frutto della lungimiranza del Legislatore che ha inteso tutelare l’attività di alto contenuto sociale svolta dalle AS/SSD, il cui scopo istituzionale non è il lucro, bensì la promozione e la crescita fisico-morale-salutistica del movimento sportivo italiano visto nel suo complesso.

Ebbene,  l’azione degli Organi di Controllo, ignorando in generale lo status giuridico delle AS/SSD riconosciute dal CONI, invece di individuare e perseguire i casi di illecito, quali ad esempio il lavoro sommerso e/o l’abuso del “Riconoscimento CONI” utilizzato per mascherare attività (commerciali) che con lo sport non hanno nulla a che fare, mirava a demolire il loro quadro normativo di riferimento, con effetti devastanti. Gli ispettori agivano spesso infatti in funzione del risultato da realizzare ad ogni costo, a scapito di un’attenta verifica dei non pochi adempimenti che il gestore deve assolvere.

La natura giuridica di un ente dilettantistico veniva regolarmente messa in discussione non già dal mancato rispetto delle leggi che inquadrano le caratteristiche delle attività svolte istituzionalmente dalle AS e dalle SSD riconosciute dal CONI ( il relativo  Registro veniva del tutto ignorato), bensì dalle valutazioni puramente soggettive del funzionario dell’ENPALS. Gli aspetti formali finivano pertanto per prevalere, nel giudizio complessivo, su quelli sostanziali.
Dopo la soppressione dell’ENPALS del 1 gennaio 2012, con attribuzione delle relative funzioni all’INPS e la relativa breve pausa degli Organi di Controllo dovuta evidentemente alla ristrutturazione degli uffici competenti da parte dell’INPS,  l’azione della Previdenza a partire dall’inizio dell’anno scorso è ripresa con tale vigore da creare e giustificare un vero e proprio allarme in tutto il settore dilettantistico.

Un settore che, già colpito pesantemente dalla grave crisi in atto, cerca a prezzo di enormi sacrifici di limitare i danni del suo progressivo logoramento.
La linea ispettiva adottata dagli Organi di Controllo nei confronti  delle AS/SSD dal 2007 ad oggi ha subito sostanziali mutamenti.
Nel primo periodo (2007 – 2010) gli Ispettori contestavano, infatti, l’applicazione del “compenso sportivo” nei casi di assenza di esercizio non diretto alla partecipazione di gare e/o manifestazioni sportive. Ciò era sufficiente per far scattare la denuncia per l’ipotizzata illecita adozione del “compenso sportivo” al posto di un rapporto di lavoro subordinato a tutti gli effetti.

La successiva Legge n.14 /2009 art.35 ha demolito questa tesi, estendendo il termine “esercizio diretto di attività sportiva” (ai sensi del DPR 22 dicembre 1986 n.917 e succ.) anche alla formazione, alla didattica, ecc.
Chiuso questo importante problema, la verifica dell’ENPALS si è spostata, quindi, sull’esame della “marginalità dei compensi” percepiti dal collaboratore (i compensi sportivi non avrebbero dovuto superare il limite dei 4.500,00 euro annui!).

Ebbene, anche su questa contestazione, la risposta è arrivata dalla Risoluzione del Ministero del Lavoro del 9 giugno 2010 che fa cadere anche la pregiudiziale relativa alla “marginalità” della retribuzione, quale condizione per la praticabilità del “compenso sportivo/amministrativo”.
L’ENPALS ha quindi abbandonato anche questa strada ed ha preso in considerazione le caratteristiche dell’ “abituabilità” dell’attività svolta dal collaboratore. Dove “abituabilità” sta a delineare un’attività caratterizzata da ripetitività, regolarità, stabilità e sistematicità di comportamenti, indici, a suo dire, di esistenza di un rapporto di lavoro subordinato.
Ora, se per abituabilità si intende tutto questo, allora certamente tale indice non può essere preso in considerazione nell’ambito delle collaborazioni rese nel settore. L’attività sportiva infatti è un insieme di discipline in continua evoluzione. Esse cambiano e si modificano sulla base di esperienze fatte sul campo, dei risultati dei centri di ricerca più avanzati, delle innovazioni tecnologiche delle macchine e delle attrezzature. L’attività didattico-sportiva, infatti, segue i protocolli del CONI che prevedono sempre un inizio ed una fine del progetto sportivo. Ed anche i tecnici, è evidente, seguono questa evoluzione attraverso un impegno che si rinnova continuamente e che, pertanto, non può assumere caratteristiche di abituabilità.

Oggi l’INPS ha modificato ancora una volta strategia. L’Ente appare, infatti, concentrato nella ricerca delle caratteristiche che  dovrebbero inquadrare il collaboratore nel settore del professionismo sportivo (che comporta l’erogazione di oneri sociali insostenibili per gli Enti Sportivi non commerciali ).  Secondo l’Ente previdenziale il tecnico sportivo, per le cognizioni tecniche di cui dispone, deve configurarsi come lavoratore autonomo professionista soprattutto laddove tale attività venga svolta in presenza di più committenze.

In verità, in assenza di un “albo dei professionisti sportivi”, tale rapporto di lavoro può essere definito solo sulla base del ruolo che l’AS/SSD intende coprire e dalla sottoscrizione del relativo contratto in base al quale il collaboratore si impegna a svolgerlo al di fuori di un rapporto dirigistico, con orario concordato con altri colleghi, a tempo determinato, senza vincoli di orario.
Occorre d’altra parte anche tener presente che le AS/SSD svolgono la loro attività all’interno del sistema CONI e quindi anche per l’inquadramento degli addetti che vi operano non si può prescindere dall’Ordinamento Sportivo. E la legge sul professionismo sportivo (Legge 91  23 marzo 1981) definisce chiaramente il campo di applicazione del cosiddetto “professionismo sportivo”. Precisiamo a tal proposito che le Federazioni che prevedono il professionismo sono soltanto 6 :

  • Federazione Italiana Gioco Calcio (FIGC)
  • Federazione Italiana Pallacanestro (FIP)
  • Federazione Ciclistica Italiana (FCI)
  • Federazione Italiana Golf (FIG)
  • Federazione Pugilistica Italiana (FPI)
  • Federazione Motociclistica Italiana (FMI)
  • Le attività svolte con le altre Federazioni sono pertanto dilettantistiche.

Alla luce di queste puntualizzazioni appare evidente che un intervento del Ministero, volto a fare chiarezza sulla corretta applicazione del quadro normativo di riferimento del settore dello sport dilettantistico, è necessario ed urgente per bloccare un’azione dell’ente previdenziale volta non tanto a scoprire gli illeciti quanto a demolire la normativa su cui ancora oggi si regge, seppure con crescente difficoltà, un intero settore di attività (95mila AS/SSD “riconosciute” dal CONI; 300mila addetti). Tenuto anche conto che il crollo di questo quadro normativo avrebbe gravi ed irreparabili ripercussioni  sul piano gestionale delle AS/SSD, ma anche e  soprattutto sui livelli occupazionali dell’intero settore sport.

In conclusione, la semplice esistenza di una Laurea o di un Diploma (che riguarda comunque una fascia ristretta dei collaboratori) non può essere condizione sufficiente per definire la figura del “professionista”  che opera all’interno di un centro sportivo.
In verità su questo punto, a prescindere dal settore sport, è ormai fin troppo noto che il mondo accademico non è purtroppo in grado di consentire al giovane di inserirsi tout-court nel mondo produttivo. Il gap esistente, tra il livello di formazione posseduta dal neolaureato o dal neodiplomato e quello effettivamente richiesto dall’impresa, è infatti talmente ampio che viene colmato sia grazie alla partecipazione ai sopra citati corsi di formazione, sia con l’esperienza maturata in molti anni di lavoro.

Questo fenomeno interessa tutto il mondo economico ma in particolare quello sportivo dove l’innovazione, sul piano tecnologico e su quello metodologico, evolve a ritmi sempre più incalzanti. Se si analizza inoltre il semplice dato anagrafico relativo ai tecnici che operano all’interno dei centri sportivi, ci si accorge che coloro che hanno siglato accordi di collaborazione ai sensi della succitata L.342/200 (“compensi sportivi”) sono nella generalità dei casi collaboratori molto giovani, spesso appena usciti dal mondo accademico  o dai corsi di formazione effettuati dalle FSN del CONI e quindi ben lontani dal “professionismo sportivo”.  Alcuni soggetti effettivamente proseguono sulla strada dell’insegnamento, fanno esperienza e rimangono nel settore con contratti di lavoro subordinato o in qualità di professionisti a tutti gli effetti (Partita IVA); altri, sulla base dell’esperienza maturata in questa prima fase di lavoro intraprendono la via dell’impresa creando o gestendo in proprio un centro sportivo; altri si dirigono verso la fisioterapia; altri ancora entrano nel mondo produttivo o commerciale  (settore articoli sportivi); altri si dedicano alla formazione; altri al turismo sportivo; altri infine escono dal mondo dello sport per dedicarsi ad altro.

Il centro sportivo rappresenta, in sostanza, una “palestra” intesa nell’accezione più ampia del termine. Ovvero come “palestra di vita” dove lo sport, oltre ad assolvere un ruolo fondamentale sul piano atletico, salutistico e sociale, consente a molti giovani di entrare nel mondo del lavoro che amano; di fare esperienza, di acquisire con il tempo una professionalità in grado di dare certezze ad un futuro ancora aperto a più soluzioni.
E proprio le agevolazioni incentrate nella L.342/2000 e nella 289/2002 – che il Legislatore ha inteso fissare, ribadiamo, per la citata azione meritoria svolta dagli operatori sportivi – hanno favorito l’ingresso nel modo del lavoro proprio di questa fascia di giovani alle prime esperienze che altrimenti sarebbe stata tagliata fuori. D’altra parte senza queste fondamentali agevolazioni fiscali, tributarie e lavoristiche non solo il settore non potrebbe crescere,  ma finirebbe inesorabilmente per implodere lasciando un vuoto sul piano sportivo, sanitario, salutistico e sociale e sui livelli occupazionali che né il CONI  né lo Stato sarebbero in grado di colmare.
Gli abusi e le inadempienze esistenti su questo terreno vanno senza dubbio individuati e sanzionati attraverso controlli mirati da parte delle Istituzioni; tuttavia quest’azione non deve essere intrapresa con la pregiudiziale idea che l’intera categoria dei centri sportivi operi al di fuori della Legge e in particolare delle norme che regolano i rapporti di lavoro.

Molti contenziosi su questo terreno si sono chiusi, in verità, in maniera favorevole per i centri sportivi, ma i crescenti costi di questa azione degli Organi di Controllo grava sulle spalle dei gestori sempre più pesantemente ed ingiustamente.

GIANFRANCO MAZZIA
DIRETTORE ANIF – Eurowellness

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento