chiusura centri sportivi
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I centri sportivi hanno mostrato di essere in prima linea per la salvaguardia della salute, eppure continua la campagna mediatica su un’imminente chiusura.

L’attività fisica è in grado di prevenire il rischio di tumori del 20 -40%, patologie cardiovascolari, diabete e malattie legate alla sindrome metabolica, tanto che si stima che 3 milioni di persone l’anno potrebbero salvarsi la vita solo facendo sport (secondo dati dell’OMS).

Si tratta inoltre delle stesse patologie che più concorrono al peggioramento del quadro clinico di un ammalato di COVID 19. Lo sport rafforzando le nostre difese immunitarie rappresenta un coadiuvante nella lotta al COVID, se condotto in sicurezza nei centri sportivi.

Nonostante i centri sportivi abbiano mostrato di essere in prima linea per la salvaguardia della salute e della sicurezza, attraverso regole certe, con protocolli di sicurezza validati scientificamente, continua la campagna mediatica che ne paventa un’imminente chiusura.

Il DPCM che ha confermato quanto infondati siano questi toni allarmistici è datato solo 3 giorni fa, un decreto in cui, come ha sottolineato il Ministro Vincenzo Spadafora, ha vinto lo sport in sicurezza, legittimando i centri sportivi dilettantistici come luoghi in cui i cittadini possono praticare, in totale sicurezza, attività fisica.

 

Lo sport, anche quello di contatto, secondo il DPCM, qui può avvenire in maniera sicura perché soggetto al controllo di norme sanitarie fissate dall’Istituto Superiore di Sanità, perché nelle associazioni e società sportive dilettantistiche la partita di calcio come l’aerobica avviene in un contesto in cui lo staff, dalla reception agli istruttori, controlla costantemente il rispetto del protocollo di sicurezza.

Il DPCM del 13 ottobre, accanto alle nuove misure di contrasto alla pandemia, ha riconosciuto allo sport dilettantistico questi sforzi e l’idoneità ad aprire e non a chiudere le porte

Mai come in questo periodo, la salute è al centro dell’agenda di Governo e al dei pensieri delle persone ed è per questo che ANIF, forte delle stesse parole del Ministro dello Sport, richiede la tutela e la difesa di un settore che sta giocando un ruolo chiave nella promozione della salute e di sani stili di vita.

Le associazioni e società dilettantistiche sono infatti quei luoghi dove la popolazione tutta, dai giovani, agli adulti ha la chance di intraprendere un percorso di salute, come cambiamento di stile di vita, che può essere conquistato solo con un’attività fisica strutturata, frequente e costante.

Il settore si è dotato di un protocollo governativo validato scientificamente e, per far questo, in controtendenza con i bilanci sempre più erosi dalla chiusura, ha sostenuto investimenti esosi per le spese di sanificazione e disinfezione.

Il DPCM del 13 ottobre, accanto alle nuove misure di contrasto alla pandemia, ha riconosciuto allo sport dilettantistico questi sforzi e l’idoneità ad aprire e non a chiudere le porte.

Da sempre ANIF si impegna per sensibilizzare istituzioni e media sulla funzione primaria di queste strutture e, adesso, in fase di pandemia, non accetta che siano ricondotte solo a luoghi di aggregazione, alla stregua di locali della movida, in quanto la socialità che si vive nei centri sportivi è solo una parte di un percorso deputato alla salute e al benessere.

In Italia un bambino su tre è obeso o in sovrappeso, e la sedentarietà è responsabile del 14,6% di tutte le morti in Italia, pari a circa 88.200 casi all’anno, e di una spesa in termini di costi diretti sanitari di 1,6 miliardi di euro annui.

Danneggiare, con annunci giornalistici distruttivi, questo settore significa causare la crisi economica di una vera e propria “infrastruttura” della salute pubblica.

 

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