DUBBI, PERPLESSITÀ  E VUOTI DA COLMARE DOPO UN ANNO DALLA SUA EMANAZIONE.

La Riforma della “tutela sanitaria delle attività sportive” ha visto la luce, dopo un lungo silenzio durato trenta anni (l’ultima normativa risale al Decreto dell’allora Ministero della Sanità del 28 febbraio 1983), nel 2013 con la Legge n. 98 del 9 agosto (“Decreto Balduzzi”). Non è stata una soluzione facile, infatti, nel giro di pochi mesi, si è assistito ad una pioggia di Decreti, emendamenti, richieste di chiarimenti, conferme e smentite da parte del Ministero della Salute, Interpelli parlamentari che hanno inevitabilmente creato un gran caos e ovviamente disorientato le Associazioni e le Società Sportive dilettantistiche in merito alle certificazioni mediche necessarie per praticare attività sportiva. E purtroppo, dopo un anno di approfondimenti, relazioni, dibattiti, convegni, ancora oggi i dubbi e le perplessità non sono stati del tutto fugati. Ad alimentare la confusione ha contribuito (e continua a contribuire) la stampa ”specializzata” e non, che nell’addentrarsi nell’insidioso dedalo di Leggi, leggine, circolari con cui il Legislatore nel breve arco temporale 2012/2013 ha inondato il mondo dello sport dilettantistico,  ha finito per fornire una visione parziale se non distorta del complesso fenomeno .
Noi non ci accoderemo alla fin troppo lunga serie di relatori, analisti, giuristi che negli ultimi due anni hanno esaminato, più o meno autorevolmente, la Riforma.
In questa sede intendiamo solo fissare un punto chiave  della “tutela sanitaria” che purtroppo ancora oggi è oggetto di interpretazioni contrastanti. Si tratta in sostanza di chiarire una volta per tutte se la pratica dell’attività sportiva ludico-motoria amatoriale preveda o meno l’obbligo della certificazione medica.
Ebbene, almeno su questo punto, il Legislatore è stato fin troppo chiaro e quindi sarebbe opportuno non addentrarsi in fantasiose quanto inutili argomentazioni, quindi veniamo al punto. Atteso che per la pratica dell’attività sportiva ludico-motoria e amatoriale svolta all’esterno del sistema CONI, (art.42 bis del D.L. n.69 del 2013, rubricato “ulteriore soppressione di certificazione sanitaria”) ha soppresso l’obbligo  della certificazione per le attività ludico motorie amatoriali praticate all’esterno del sistema CONI (Federazioni Sportive Nazionali, Enti di Promozione Sportiva, Discipline Associate Nazionali), occorre tener presente che nel contempo viene confermato l’obbligo di certificazione per la pratica di tutte le attività sportive agonistiche e di quelle non agonistiche “riconosciute dal CONI”.
Permane l’obbligatorietà dei certificati per la pratica dell’attività sportiva non agonistica, rilasciati dal medico di base o dal medico specialista in medicina sportiva o dal medico affiliato alla Federazione Nazionale di Medicina Sportiva del CONI, per tutte le attività “riconosciute” dal CONI attraverso l’affiliazione delle Società e delle Associazioni Sportive ad una Federazione Sportiva Nazionale o ad uno degli Enti di Promozione Sportiva del CONI.
Ora, se si considera che le Società Sportive Dilettantistiche/Associazioni Sportive Dilettantistiche riconosciute dal CONI sono circa 100mila a fronte di un numero molto esiguo di organismi sportivi non affiliati (meno del 5%) non interessati dalla normativa (centri sportivi stranieri, alberghieri, commerciali italiani), appare evidente che la stragrande maggioranza di coloro che praticano attività sportiva dilettantistica presso i centri sportivi nazionali ha obbligo di certificazione sanitaria.
E’ pur vero che la normativa in questione rivela evidentemente un’enorme contraddizione riguardo la tutela sanitaria. Infatti, con non poco stupore, apprendiamo che chi pratica attività sportiva presso società/associazioni sportive “riconosciute dal CONI” ha l’obbligo di sottoporsi a visita medica, mentre per coloro che praticano la medesima attività presso un centro sportivo “NON riconosciuto” viene meno l’obbligatorietà. Ogni commento su questo punto appare superfluo. Possiamo solo aggiungere che dopo 30 anni di attesa ci saremmo aspettati da parte del Legislatore una normativa più aderente alle esigenze del mondo sportivo e soprattutto meno contraddittoria.
I nostri antichi padri nel chiudere la discussione su una Legge di Stato dicevano saggiamente ”dura lex, sed lex”, ma qui non ci troviamo di fronte ad una normativa “dura” ma paradossale e quindi non possiamo esaurire l’argomento senza esprimere un giudizio fortemente negativo.
ANIF, sotto la spinta del suo Presidente, Giampaolo Duregon, da sempre in prima linea nella difesa degli interessi dei centri sportivi dilettantistici, non ha mancato anche in questa occasione di far sentire la sua voce presso le Istituzioni.
Duregon, ispirandosi nella sua azione ai principi liberali dai paesi anglosassoni, sostiene infatti che l’obbligatorietà della certificazione per la pratica delle attività sportive dilettantistiche non agonistiche (ovvero le ludico-motorie amatoriali degli impianti che non sono nel Registro CONI) debba essere eliminata anche nell’area dei centri sportivi affiliati al CONI. Se è vero che per legge chi frequenta organismi sportivi “non riconosciuti” è esentato dalla certificazione, a maggior ragione non deve sussistere l’obbligo per coloro che praticano l’attività presso le Associazioni Sportive e le Società Sportive Dilettantistiche affiliate al CONI, attraverso le FSN e gli Enti di Promozione Sportiva, tenuto conto che tali strutture offrono garanzie sul piano della tutela sanitaria e dell’assistenza ben superiori a quelle che possono fornire i centri “non riconosciuti” (centri sportivi commerciali, strutture alberghiere, villaggi vacanze, ecc.).
D’altra parte la tutela sanitaria dovrebbe rappresentare un valore che in ogni paese civile fa parte del bagaglio culturale di ogni singolo cittadino e quindi non regolato da Leggi di Stato. Ogni cittadino dovrebbe avere cioè il diritto-dovere di tutelare il proprio stato di salute attraverso gli strumenti che il sistema sanitario nazionale è in grado di mettere a disposizione.
Un diritto-dovere esercitato autonomamente senza far ricadere l’eventuale inadempienza nella sfera delle competenze istituzionali delle AS/SSD, fin troppo oberate dalla gran mole di adempimenti gestionali amministrativi che interessano il mondo dello sport dilettantistico.

GIANFRANCO MAZZIA