Un dramma che tocca oltre 3 milioni di cittadini: I NODI DA SCIOGLIERE

Secondo i recenti dati diffusi dall’ISTAT , a novembre il tasso della disoccupazione è volato al 12,7%, largamente superiore alla media dell’ EUROZONA del mese (12,1%). Sul fronte della disoccupazione giovanile ( under 25) , che ha raggiunto i massimi livelli dal 1977 a oggi, il tasso a novembre è arrivato al 41,6% con un aumento di  4 punti rispetto al 2012.
Le persone senza lavoro sono quindi in tutto 3 milioni e 254, cioè 57 mila in più rispetto a ottobre (+1,8%) .
Ebbene, alla luce di questa drammatica situazione , è forse arrivato il momento di fare una seria riflessione sul mercato del lavoro  in generale e , in particolare , sul “compenso sportivo “ percepito da tecnici, allenatori e collaboratori non professionisti per l’ attività sportiva dilettantistica  (di cui all’Art.67, Primo Comma, lett. M del TUIR) svolta presso le AS/SSD .
Fino a oggi la normativa, ampia e complessa, è stata affrontata, approfondita e analizzata sotto tutti gli aspetti,   ma sempre e comunque solo sul piano  giuslavoristico.
A partire dal 2007 hanno partecipato al dibattito sempre più aspro tutti gli enti,  le Istituzioni, le categorie e gli organismi che a vario titolo vantano competenze in materia di lavoro nel settore sport: ENPALS , fino al suo scioglimento (2010), INPS, successivamente ; Ministero del Lavoro, CONI , FSN, EPS, Ordini e Studi Professionali e Associazioni di categoria, con ANIF sempre in prima linea nella difesa degli interessi delle AS/SSD.
Leggi , Circolari ministeriali , Risoluzioni ministeriali  hanno cercato via via di regolamentare questa controversa normativa , senza però riuscire a porvi un punto fermo una volta per tutte. Oggi è giunto però il momento di inquadrarla anche sotto un  altro punto di vista : alla luce  cioè dei drammatici dati sulla disoccupazione , ovvero sotto l’aspetto puramente sociale.
Fermo restando che gli abusi e le inadempienze esistenti nei rapporti di lavoro devono essere individuati e perseguiti senza se e senza ma , è anche quanto mai necessario , prima che sia troppo tardi, dar vita a quei meccanismi che riescano, al di là delle belle intenzioni – fin qui trionfalmente enunciate e  mai realizzate da tutti i governi che si sono succeduti da una ventina di anni a questa parte – a rilanciare la crescita dell’occupazione in un mercato del lavoro ormai bloccato.
Le cause vanno ricercate in un insieme di normative che riflettono una realtà economica che oggi purtroppo non esiste più. In altre parole occorre rimuovere tutta una serie di tabù che, se potevano essere tollerati nei periodi di congiuntura favorevole , oggi di fronte alla più grave crisi economica del dopoguerra , rappresentano, nel processo di sviluppo dell’economia  che stenta ad riavviarsi, un macigno da rimuovere al più presto.  
Su questo terreno il primo ostacolo da rimuovere  in ordine di importanza è senza dubbio la” mobilità del lavoro”. La “LEGGE  FORNERO “ in teoria avrebbe dovuto innescare un processo di crescita facendo leva proprio su questo meccanismo. In realtà ha inserito nel mercato del lavoro una serie di onerosi vincoli in entrata e soprattutto in uscita che hanno finito per disincentivare la già scarsa propensione dell’impresa a creare nuove opportunità di lavoro. Non a caso Giorgio Squinzi, Presidente di Confindustria, non certo abituato a usare un linguaggio  sopra le righe,  ha definito la Legge “ una vera boiata”
Studi qualificati sulla materia hanno ampiamente dimostrato che nei paesi anglosassoni , Stati Uniti , in particolare , non è uno Stato forte sul piano sociale che garantisce oggi nuovi posti di lavoro, ma è proprio la mobilità delle forze sociali nel sistema imprese che consente al cittadino di migliorare la propria condizione di vita. Pertanto se si vuole uscire dal circuito vizioso: POSTO FISSO-CRESCITA DEL COSTO DEL LAVORO-RALLENTAMENTO ATTIVITA’  ECONOMICA-CONTRAZIONE LIVELLI OCCUPAZIONALI  e, di contro, rilanciare il processo di sviluppo e quindi invertire il trend negativo dell’occupazione , occorre innanzi tutto tagliare i lacci e laccioli che oggi vincolano l’impresa italiana , vista nel suo complesso, sul piano lavoristico. I forti vincoli esistenti non le consentono ,infatti, in un momento di grande incertezza nella ripresa economica  come questo, di intraprendere azioni volte alla crescita . L’azienda dovrebbe invece essere messa in condizione di  rischiare su un futuro in cui le sue decisioni possano essere modulate secondo le oscillazioni della domanda .
Purtroppo l’enorme forza contrattuale di un sindacato ancorato a una visione ottocentesca del mercato del lavoro non ha consentito fino a oggi di prendere in considerazione nuovi modelli di sviluppo incentrati nella  “mobilità” dei lavoratori. Ma ora per uscire da questa drammatica situazione è assolutamente necessario prenderla in seria considerazione.
La liberalizzazione del mercato del lavoro non deve essere vista comunque come la fine di ogni certezza sul futuro del lavoratore , bensì come l’apertura di nuovi scenari creati da una classe imprenditoriale che anche grazie a questa rivoluzione copernicana del settore , torna a rischiare, ad intraprendere nuove strade, a mettere in gioco tutte le proprie capacità. In questo nuovo modo di impegnarsi, anche il lavoratore dovrà evidentemente fare la sua parte. Dovrà, innanzi tutto abbandonare il mito del  “posto fisso” a ogni costo perseguito dai suoi nonni . Un posto fisso che una volta conquistato non veniva abbandonato per tutto l’arco della vita lavorativa . Oggi il sistema economico che lo garantiva purtroppo  non funziona più , la crisi congiunturale ha accelerato i tempi della sua fine , ma nemmeno con  il suo superamento si potrà riprendere in considerazione.
Il lavoratore, al pari dell’imprenditore, deve pertanto mettersi in gioco giorno dopo giorno, ricostruendo il proprio profilo professionale secondo le esigenze di una domanda in continua evoluzione che, al di là della crisi congiunturale (con una crescita stimata per il 2014 del PIL dello 0,7% non si crea d’altra parte occupazione ), non consente più all’impresa di varare piani di sviluppo industriale ad ampio respiro. Basti pensare che se l’azienda italiana negli anni 70 aveva una vita media di 30/40 anni, oggi difficilmente supera i 10 anni . E in questo periodo l’azienda non è restata ferma : si è ora riconvertita, ora delocalizzata , ora ha diversificato la sua attività e quindi anche il lavoratore ha dovuto seguire e , per quanto di sua competenza, favorire questi ineludibili mutamenti.
Pertanto, partendo da questo stato di fatto, ci si renderà facilmente conto che non ha senso confrontarsi oggi con un modello di sviluppo economico virtuale che non esiste più  se non nei salotti e nei dibattiti televisivi  “illuminati” dalla presenza di autorevoli sindacalisti e personaggi politici che continuano imperterriti a considerare il lavoro una variabile indipendente rispetto agli altri fattori del processo produttivo.
Con questo non significa rigettare tutte le importanti conquiste che ha realizzato il sindacato nel secolo scorso (ed è bene non trascurare questo riferimento temporale). Si tratta semplicemente di andare oltre una situazione bloccata- senza dubbio a causa della crisi, ma anche per l’inarrestabile processo evolutivo del mercato e della domanda- dalla quale si può uscire solo adottando un nuovo modello di sviluppo , dove le sia pur legittime tutele del lavoratore non finiscano per annullarlo, compromettendo così anche l’invocata crescita dei livelli occupazionali.
E’ insomma semplicemente imbarazzante continuare a creare certezze sul domani del lavoratore mettendo, oggi, il sistema imprenditoriale nelle condizioni di espellerlo.
Se queste riflessioni riusciranno quanto prima a trovare spazio anche nel mondo politico, allora ci si renderà anche conto che proprio il tanto controverso “compenso sportivo” ha già aperto una strada verso la crescita dell’occupazione grazie alla lungimiranza di un Legislatore che ha inteso riconoscere, attraverso alcune agevolazioni fiscali e tributarie , l’importante azione intrapresa dagli operatori sportivi a favore della promozione sportiva , della formazione fisica di base, dell’attività pre-agonistica e agonistica e soprattutto per il ruolo svolto sul piano sociale e su quello salutistico. E con l’introduzione di queste agevolazioni il Legislatore ha voluto però anche agevolare l’ingresso nel mondo del lavoro di molti giovani che altrimenti avrebbero finito per incrementare il già fin troppo allarmante tasso di disoccupazione.
Nell’analizzare quindi i fenomeni sociali che interessano il mondo del lavoro proviamo a partire da qui. Studiamo al di fuori di schemi ideologici risultati e prospettive del cosiddetto  “rapporto di lavoro atipico” ( di cui all’Art.67, Comma 1, lett. m del TUIR ) e probabilmente si scoprirà che la soluzione di un problema così drammatico non è poi tanto lontana e impossibile come sembra. Ma bisogna fare presto perché come ha detto giustamente il Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi,  nella sua ultima bordata contro il Governo : “..non si costruiscono politiche sulle macerie “.  Allarme che fa eco a quanto sottolineato dal Governatore della Banca d’ Italia, Ignazio Visco, all’Assiom Forex di Roma l’8 febbraio u.s. : “  Con una disoccupazione vicina al 13% e ai livelli record degli anni ‘50, non c’è altra possibilità per favorire la ripresa che incentivare l’offerta di nuovi posti.”

                                        GIANFRANCO  MAZZIA

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